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Il Tonno di Pizzo PDF Stampa E-mail

 

Il tonno pescato a Bivona e a Pizzo si ritiene, nell’Italia meridionale, superiore a quello delle altre località. Già presso gli antichi il tonno di Hipponion era rinomato fino in Grecia. Ateneo, richiamandosi al poeta comico Archestrato, lo cita come «il più ricercato dai buongustai». Così scriveva il noto  archeologo francese François Lenormant, ricordando una lunga tradizione che esaltava la bontà di questo pesce, come sostengono numerose testimonianze. A cominciare da quella del domenicano Leandro Alberti, che nel 1523 descrisse la tecnica di pesca del tonno a Pizzo: «Circa di questo lito ciascun’anno nel mese di maggio si piglia un gran numero di pesci Tonni, e tanti se ne pigliano che par cosa meravigliosa. Et quivi si salano, e poi sono portati così salati in qua, e in là per l’Italia. Onde mi dicevano gli habitatori del paese, che alcuna volta ne pigliano al giorno da 500 insino a mille de’ detti grossi pesci, quando è la stagione che varcano per il mare». Ma la descrizione del bolognese è oltremodo importante, in quanto testimonia le tecniche di questa pesca un tempo molto diffusa lungo le coste del vibonese e che risale all’epoca romana. Prosegue l’Alberti. «Evvi una torre nel fine del castello; che risguarda alla marina, ove nel tempo che passano detti pesci, sta un’homo pratico, e vedendo il gran movimento dell’acque cagionate dalla moltitudine de’ detti pesci, che fanno il varco, dà segno a i pescatori, quali quivi stanno apparecchiati, coi debiti stromenti, e quegli incontinente colà passando, ove ha dimostrato colui, con le barchette, intorniano tutta quella moltitudine con le reti, poscia pian piano conducendogli, si appropinquano al lido già astretti nelle reti».
Ma le testimonianze, come accennato, sono numerose, come dimostra peraltro una stampa inserita nelle Delitie Neapolitanae di Hieronimus Megiser  del 1605, che dà conto di una precisa raffigurazione iconografica di questa pesca a Pizzo. Infatti, gli antichi lodavano tutto il golfo Hipponiate, l’attuale golfo lametino, per la grande quantità e l’alta qualità del tonno che vi si pescava. Ne parlano  Aeliano e Ateneo, ma anche Plinio e Strabone, mentre Columella, nel suo Rei rusticae si dilunga sulla pesca e la lavorazione del tonno. Esempi di questa antica attività sono ancora visibili presso La Rocchetta e Sant’Irene, nei pressi di Briatico, dove si possono ammirare due peschiere di epoca romana. Quest’ultima, meglio conservata, si può vedere a pochi metri dalla riva. Si tratta di due gruppi di vasche: quelle per tenere in fresco il tonno pescato, scavate nella roccia dello scoglio e collegate tra loro e con il mare attraverso una serie di canali, e quelle per la conservazione e la salatura del pesce, situate su una piccola spiaggia a ovest dello stesso scoglio. Dal promontorio di Sant’Irene, dove sorge l’omonima torre  quattrocentesca, il tonno veniva avvistato e con un sistema di reti collocate in maniera adeguata fatto entrare nelle vasche, dove poi veniva ucciso, pulito e messo sotto sale per essere infine stivato in recipienti di terracotta che dal porto di Bivona venivano imbarcati verso le varie località.
Tra le numerose testimonianze, alcune leggendarie, ne riportiamo solo due, proprio per dare il senso di una tradizione così rinomata e vasta. «La singolare delicatezza del tonno è oggi così celebrata come lo era al tempo di Ateneo», scriveva a inizi Ottocento l’inglese Richard Keppel Craven, mentre il tedesco Johann Heinrich Bartels scriveva, nel 1783, a proposito di Pizzo: «Gli abitanti vivono soprattutto di pesca e il posto sembra proprio indicato dalla natura per avvistare i branchi di pesci: una delle rupi su cui è stata costruita la città sporge direttamente sul mare, tanto che gli abitanti si possono permettere di gettare le loro reti dalla finestra. Sono particolarmente rinomati per la salatura del tonno e ne esportano parecchio in tutta la regione».
Le numerose tonnare sorte tra Cinquecento e metà Novecento lungo la costa vibonese – quella di Bivona è documentata nel 1445- e poi i moderni stabilimenti, sono dunque eredi di un’antica tradizione che si è rinnovata fino a pochi decenni addietro, insieme alla pesca, che avviene in due particolari momenti del ciclo riproduttivo del tonno: quando si dirige verso sud per andare a deporre le uova (tonno di discesa) e al ritorno (tonno di risalita). Una tradizione che si è andata perdendo non solo per la  concorrenza delle grandi flottiglie pescherecce che incrociano nel Tirreno per pescare il “tonno rosso”, quello appunto più pregiato e richiesto, che vive solo nel Mediterraneo, ma anche per le trasformazioni stesse dell’industria ittica e conserviera e non ultimo per la sempre minore quantità di tonni in questo mare